La Leggenda dell'Orso

Erano gli anni in cui le galline ancora portavano i calzini, calzini colorati fatti a maglia dalle proprie proprietarie onde poterle riconoscere mentre beccavano su e giù per il paese. Le chiocce e i pulcini, tutti sfoggiavano calzini di lana dai colori più variegati.

Erano gli anni in cui il ragazzo delle lumache ancora non se ne stava appollaiato sul masso a contemplare lontano oltre via Dante Alighieri, ma quelli in cui i due leoni di pietra già se ne stavano accovacciati sonnacchiosi ai lati delle scale del Municipio, allora asilo, per la gioia dei bambini di varie generazioni che li potevano così cavalcare. Il vecchio castagno, ancora giovane, era già in postazione a presidiare la piazza dei Martiri di Niccioleta e accogliere bande di paese, processioni e funerali, questi ultimi diretti verso il piccolo cimitero che si inerpicava per la collinetta.

Più sarebbe invecchiato, più il parroco avrebbe accorciato tali processioni asciugandosi il sudore della fronte. Se, poi, a Natale pioveva, la processione col Bambinello si faceva addirittura al chiuso sotto le arcate della chiesa di San Nicola.

Scopone, scopone scientifico e soprattutto la briscola occupavano interi pomeriggi dei minatori e contadini che si godevano il meritato riposo dopo la dura giornata di lavoro e il bicchierino del vino della casa. Rosso, intenso e sapido. 

Lo stesso vino con cui le nonne imbevevano le fette di pane per poi cospargerle di zucchero e darle come ricca merenda ai propri nipoti.

La Val d’Orcia si apriva ai piedi di quel paese arroccato su una montagna di 815 metri sul livello del mare, paese che poteva vantare anche la vista sulle catene Umbre accovacciata come era in un angolino della Toscana al confine con Umbria e Lazio. Tant’è vero che di Toscano poco aveva il dialetto parlato dagli abitanti, parlata che, invece, aveva molto più del Romanesco nel modo in cui venivano troncate certe parole o raddoppiate certe lettere all’inizio della parola. Poteva anche dire, quel paese che doveva il nome ad un castello e al gioco della zara, di poter godere, da certi punti appena fuori il conglomerato principale, della vista sul promontorio dell’Argentario e di starsene a tu per tu, seppure ad una certa distanza, col monte Amiata.

Quel sabato mattina di agosto, il 5 ad essere precisi, giorno in cui si celebrava la Madonna della Neve, il giovane eremita veniva arrancando con la sua saccoccia e il suo asinello su dal Poggio della Torre. Laceri i vestiti e le scarpe che già stavano cadendo a pezzi, ma lui, abituato come era non ci faceva caso ai sassi e rametti che i piedi induriti da chilometri e chilometri di cammino ogni tanto incontravano. Arrivato al Bernarduccio, una coda di ragazzini si aggregò a Samuele, così era noto alla gente della zona. In realtà nessuno aveva mai saputo il suo vero nome.

Passarono oltre il pero che non aveva nessun frutto da offrire in quel momento dell’anno, poi la Madonnina, la cappellina di San Giuseppe, il cimitero e passato quello che sarebbe diventato il parco giochi – allora, invece, vi era una baita dove andavano i giovinotti e le signorine a ballare – giunsero nella piazza antistante l’asilo.

Qui un gruppo di donne di varia età, impegnate nella preparazione della sagra del tordello e del buglione, lo fecero accomodare su una panca. Gli diedero dell’acqua fresca da bere. Ancora non c’era nulla di pronto, ma appena tordelli e buglione fossero stati cotti, gliene avrebbero portato un piatto. Samuele ringraziò e, appoggiata la testa sulle braccia incrociate, si appisolò cullato dai profumini che venivano dalla cucina comune. Nel frattempo l’asino si faceva coccolare e accarezzare le lunghe orecchie da quei marmocchi. Uno di loro, il più sveglio, ebbe la pensata di portargli della biada, biada che, dopo aver buttato il muso nel secchio, l’asino si sbafò in un attimo. 

Le ore passavano e altri ciuchi si aggregarono ai ragli di Secchio, di ritorno da quella lunga giornata passata nei campi e iniziata come sempre agli albori. Altre sarebbero state le alzatacce dei turisti e visitatori per godersi quello sfoggio delicato di rossi che il cielo donava ogni mattina.

Una volta che ebbe mangiato, Samuele chiese dove poteva trovare un rifugio per sistemarsi. La grotta! Risposero i ragazzetti che poi ve lo accompagnarono dopo che si fu saziato delle prelibatezze preparate dalle donne del paese. Su per la ripa vecchia e poi per la strada che si diramava, dopo i porcili, dalla strada sterrata che conduceva alle Ficoncelle.

Arrivato all’ingresso della grotta, fece per entrarvi, quando un nugolo di pipistrelli si dispose quasi ad impedirgli il passaggio.

Samuele tirò fuori il rosario e il nugolo di ali nere si disperse lasciandolo entrare e permettendogli di trovare un angolino dove sistemarsi. Giovane come era, superare la strettoia che gli si era parata davanti dopo l’ingresso ampio e che poi portava nell’ampia ‘stanza’ fu piuttosto facile. 

Gli anni passarono e Samuele continuò ad abitare in quella grotta nutrito dalle donne del paese che ad orari stabiliti gli lasciavano deliziosi manicaretti. In cambio avevano le sue preghiere a protezione dei loro uomini, anche se la miniera di cinabro del Siele se ne portò via molti nel corso degli anni. La pensione di vedovanza aiutava, certo, ma la vita era comunque dura, fatta di fatiche, sudori e risparmi. A non tutti i figli era concesso sposarsi per non vedere scorporati, per chi li aveva, gli appezzamenti di terreno in lotti troppo piccoli.

Dicevamo, i tempi cambiarono. Sorse il ripetitore e la baita fu abbattuta per fare posto ad un giardinetto con dei giochi per i bambini. Nacquero gli agriturismi, le pizzerie ed altri negozi e locali, ma la vita al bar rimaneva tutto sommato la stessa, giochi di carte alternate a chiacchiere. 

Un tardo pomeriggio di agosto, un abitante di Selvena giunse tutto trafelato all’incrocio con la strada che portava alle Ficoncelle. Qui incontrò vari contadini di ritorno dai campicelli. Provarono a chiedergli che cosa fosse successo, ma niente, non rispose, stremato come era. Dovettero seguirlo fino al bar del paese.

Si buttò esausto su una sedia. Gli portarono subito del vino per rincuorarlo. Preso un po’ di fiato:

“Un o…”

“Un che?” fecero eco gli uomini del paese fra cui molti esperti di caccia al cinghiale.

“Un or..” “Un orzo!” concluse il barista fiondandosi dentro per prepararglielo.

“Un orso!” 

Una risata accolse le sue parole. Non aveva senso. Che, poi, da quelle parti non si vedevano solo cavalli? Criniere, orecchie e code che spuntavano in più di un campo immerso in questi boschi, i mantelli che andavano dal marrone scuro fino al marrone chiaro quasi argentato.

“Ve lo giuro…”. Se non fosse stato per il parroco, che arrivò scapicollandosi per via Dante Alighieri con passo poco composto, nessuno gli avrebbe mai creduto. “L’ho visto anche io. Si aggirava per i boschi vicino alla ripa vecchia”.

Immediatamente ci fu un fuggi fuggi generale. Tutti si rintanarono nelle proprie case e sbarrarono porte e finestre. Rimasero fuori solo i ragazzini che, essendo stati a zonzo per le campagne, non avevano saputo nulla di tutto ciò. Tornati in paese, si stupirono di vedere un tale deserto. Poi capirono. Lo videro aggirarsi col suo mantello bruno presso il benzinaio, poi spostarsi verso la pineta.

Non sapendo cosa fare, decisero di rivolgersi a Samuele. Questi chiese loro di convocare alla sua presenza tutti gli animali del paese, nessuno escluso. Così fecero. Lo trovarono assiso su un masso. Fra abbai, miagolii, belati, ragli, pigolii e chiocciare trovarono la soluzione. I bambini furono mandati dai rispettivi genitori e nonni con la richiesta. Lui, intanto, avrebbe cercato l’orso e lo avrebbe portato alla grotta. Non dovevano preoccuparsi.

L’incarico? Presto detto, ma non così facile da realizzarsi. Le donne dovevano riunirsi e tutte insieme, nessuna esclusa, creare una pietanza nuova che potesse piacere all’orso. Si riunirono nel giardino dell’ex asilo, ora municipio, e dopo un veloce conciliabolo, ognuna portò gli ingredienti necessari: farina, strutto, uova, lievito, rosolio, noci e miele. 

In men che non si dica impastarono i pasciuti biscotti e li farcirono con noci e miele per poi infornarli. Una volta raffreddati, misero i topi dentro delle ceste che poi caricarono su Secchio. I ragazzini lo presero per la cavezza e li portarono a Samuele. Questi se ne stava seduto tranquillo con l’orso accanto. Se li finirono in quattro e quattr’otto.

Una volta riempite le pance, Samuele si alzò seguito dall’orso e poi si avviò giù verso l’appalto e poi su verso l’edificio dove la banda faceva le prove. Man mano che camminavano il codazzo di gente li seguiva crescendo di numero.

Arrivati alla chiesina della Madonna del Rosario entrarono. La folla si fermò impaurita. Passati una diecina di minuti, il parroco si fece coraggio e il segno della croce, poi aprì la porta. E li vide, uno a fianco all’altro, che pregavano il rosario.

La scena si ripetè per anni e anni, giorno dopo giorno, finchè furono in vita.

Un artista del luogo decise di immortalare l’orso sulla facciata del Palazzo, quello con la meridiana.